Soli

Due muratori rumeni di trentadue e quarantaquattro anni vivono in un capannone abbandonato nella periferia dell’Aquila.
Senza riscaldamento, senza luce, senza acqua sopravvivono e si preparano a passare l’inverno in condizioni al limite della dignità umana.
Lavorano nelle imprese come manovali. A nero. Prima di occupare alcune stanze, forse dei vecchi uffici del capannone, vivevano in affitto in una stanza di quindici metri quadri e spendevano seicento euro al mese.
Fa freddo nelle stanze dove hanno adagiato su delle zattere di legno i materassi per staccarli da terra, ma loro non si lamentano “No, non fa freddo. Ci siamo abituati”.
Un segno di vita nel capannone sono i panni stesi su dei fili tra un muro e l’altro.
Non hanno un contratto, non hanno il permesso di soggiorno e la mattina vengono caricati dal pulmino dell’impresa di turno che li porta al cantiere. Non esistono per nessuno. Invisibili, forse, anche a se stessi.
E’ impossibile descrivere la tristezza dei loro occhi e l’odore della loro vita. Un odore acre, alcolico. L’odore dell’emarginazione.
Andando via quello che rimane, dopo averli salutati, al di là di un senso di vuoto e di impotenza sono alcune domande: Quanti ce ne sono di questi lavoratori stranieri dei quali si ignora l’esistenza? Chi sfrutta queste persone, conosce le loro condizioni di vita? Chi sfrutta queste persone, ha mai dormito senza termosifoni all’Aquila in pieno inverno? Ci può essere una ricostruzione della città fatta anche da schiavi? Sì, schiavi. Non c’è un’altra parola loro.

(Test: Francesco Paolucci)